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FONDAZIONE ROBERTO RUFFILLI
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Gli studi

Roberto Ruffilli, dopo aver conseguito la maturità classica a Forlì nel 1956, s’iscrive all’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano – facoltà di Scienze Politiche – grazie al “posto gratuito” vinto per concorso al famoso Collegio Augustinianum.
Laureato a pieni voti nel 1960, resta a Milano come ricercatore presso il neonato ISAP (Istituto per la scienza dell’amministrazione pubblica), sotto la guida di Feliciano Benvenuti e di Gianfranco Miglio.
Là, fra contraddizioni e tensioni, ma soprattutto con l’apporto prezioso delle discussioni, delle polemiche, delle sfide coi maestri e cogli amici-colleghi, si sono saldate le due parti della figura scientifica di Ruffilli: quella storicizzante e insieme modellistica, di lungo periodo, assunta e mantenuta spesso in termini critici dal magistero di Gianfranco Miglio, e quella riformistica e istituzionale, di stampo giuridico-materiale, derivante dall’incontro con Feliciano Benvenuti.

Divenuto nel 1968 direttore del suo Collegio Augustinianum, lascerà l’incarico nel 1970, anche per incomprensioni con le autorità accademiche sul suo modo democratico di gestire gli effetti del Sessantotto. Ottenuta la libera docenza in Storia delle istituzioni politiche, Ruffilli iniziò la sua carriera accademica presso l’Università di Sassari, dove ottenne la cattedra nel 1976. L’anno successivo fu chiamato all’Università di Bologna - facoltà di scienze politiche – ad insegnare Storia contemporanea, ottenendo solo nel 1987 – appena prima di morire – il ritorno alla prediletta disciplina di Storia delle istituzioni politiche.

I poli d’interesse di Ruffilli – nel persistente quadro storico-contemporaneo e politico-amministrativo che lo affascinava – possono essere indicati nella modellistica istituzionale, nel riformismo giuridico, nella genesi costituzionale, nella dialettica cittadino-partito-stato, e nella storia del movimento liberale e di quello cattolico.
In tale ambito si colloca dunque anche la sua produzione scientifica, raccolta subito dopo la sua morte (nei saggi che ne rappresentano la parte maggiore) in tre grossi volumi dell’editrice il Mulino curati da Giuliana Nobili Schiera e Maria Serena Piretti sotto il titolo “Istituzioni, Società, Stato”(1991): ad essi si rimanda anche per la bibliografia completa.

Gli scritti di Roberto Ruffilli vanno dalla prima pubblicazione del 1962 su Le Istituzioni Culturali dell’Italia Repubblicana” ai numerosi interventi del decennio successivo su temi di storia delle istituzioni e delle dottrine politiche, relativi all’epoca moderna, risorgimentale e liberale, con attenzione prioritaria alle vicende dell’unificazione italiana. Ne resta escluso, per la mole quasi monografica, l’innovativo e ancora attuale corposo saggio del 1968 su L’Appodiamento e il Riassetto Territoriale nello Stato Pontificio 1790-1870.

Negli anni successivi, l’impegno scientifico di Ruffilli raggiunge la maturità con la grande monografia su La Questione Regionale dall’Unificazione alla Dittatura 1862-1942 del 1969, preceduta da due saggi su Governo, Parlamento e Correnti Politiche nella Genesi della Legge 20 Marzo 1865 e sui Problemi dell’Organizzazione Amministrativa nell’Italia Liberale.

Con il saggio Il Mito Liberal-Individualista, apparso sulla rivista “Il Mulino” nel 1972, inizia a palesarsi meglio l’intento politico che guida Ruffilli anche nella ricerca: intento corroborato anche da piccole ma incisive ricerche sul pensiero politico cattolico, come L’Ordinamento Stato nel Pensiero Cattolico e Le Istituzioni Cittadine dell’Emilia-Romagna Pontificia. È la passione per il quadro istituzionale, però, che finisce presto per prevalere, con saggi sulla questione regionale (La Tradizione Regionalista: Crisi e Rinnovamento e Pagine Regionalistiche in Santi Romano e Giuseppe Capograssi), come pure sul liberalismo giuridico e amministrativo (Stato e individuo nel liberalismo giuridico; La riforma amministrativa del 1922-24 e La crisi del liberalismo amministrativo).  Da questi assaggi cresce la sua preoccupazione per aspetti più teorici del tema cruciale dello Stato e della sua crisi, con particolare riferimento ai precoci ammonimenti d’inizio secolo di Santi Romano. Ne è risultato la fortunatissima raccolta Crisi dello Stato e storiografia contemporanea, apparsa nelle edizioni del Mulino nel 1979.

La gran mole produttiva dello studioso - professore sembrò tuttavia non rubare risorse all’esigenza morale, sempre più pressante, di tradurre anni di ricerche e riflessioni in intendimenti, proposte e direttive pratiche, volte a una riforma etica e funzionale del Paese.
"Ci troviamo di fronte alla possibilità per il nostro paese di superare comunque una democrazia elettorale imperniata su un partito-Stato, assediato da un’opposizione più o meno rivoluzionaria: con il primo impegnato nell'occupazione del potere e degli apparati e nell'accelerazione a qualsiasi costo dello sviluppo capitalistico, e la seconda nell'occupazione della società in chiave anticapitalistica. […] C'è la possibilità  di sviluppare una democrazia politica e sociale, attorno allo Stato dei partiti e dei sindacati, delle autonomie e delle riforme, della programmazione e della partecipazione.[…] Tutto questo . non richiede tanto accordi su modelli globali di società […] . Richiede invece l'accordo sulla definizione delle regole del gioco democratico, che fissi le responsabilità politiche per la progettazione del cambiamento e le responsabilità sociali per la gestione dei servizi, e che metta le une e le altre sotto il controllo effettivo, elettorale e non, delle masse e consenta ad esse di gestire direttamente i sacrifici per una nuova espansione". (“Il cittadino come arbitro: La Dc e le riforme istituzionali”, 1988)

All’avvitarsi asfittico della conflittualità sociale (sprofondata nel terrorismo diffuso) e della precarietà governativa, Ruffilli rispose con un deciso impegno politico, promosso e fortificato da scritti che a partire dal 1976 volgevano sempre più lo sguardo alle trasformazioni della democrazia repubblicana ed alla progettualità fattiva di un futuro migliore.

Vedono così la luce intensi scritti sul mondo cattolico e sulla Democrazia Cristiana e sullo stato dell’arte del sistema istituzionale italiano. Su tutto, però, Ruffilli viene a trarre dalla tragica vicenda di Aldo Moro l’indicazione della consunzione dei margini minimi di distesa espressione politico-sociale nella democrazia italiana. Dal 1978 al 1988, l’attività scientifica del professore-senatore cercherà di approfondire il concetto di democrazia repubblicana, individuandone le fondamenta, le criticità, le necrosi e (soprattutto) le possibili vie di recupero, riforma e sviluppo.

In conclusione, si può affermare che, nell’ultimo decennio della sua vita, Ruffilli concentrò i suoi interventi politico-scientifici attorno a tre punti nodali (Moro, democrazia e nuovo corso del Paese), che in maniera difforme eppur sussidiaria parevano porsi quali Colonne d’Ercole di una nuova democrazia repubblicana, finalmente stabile ed emancipata dagli incubi dell’autoritarismo e del lassismo, secondo l’invito offerto nel titolo dell’opera, scritta con Piero Alberto Capotosti, divenuta suo autentico testamento spirituale, “Il Cittadino come Arbitro” (1988).

(testo a cura di Domenico Guzzo)

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