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FONDAZIONE ROBERTO RUFFILLI
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L’attentato al senatore Roberto Ruffilli

Il 13 aprile 1988, la X legislatura della Repubblica italiana vedeva nascere il suo secondo governo, sostenuto da una coalizione composta da Democrazia Cristiana, Partito Socialista, Partito Repubblicano, Partito Liberale e Partito Socialdemocratico.
Presidente del Consiglio viene nominato il segretario nazionale democristiano Ciriaco De Mita, che reca con sé un possibile programma di riforme istituzionali, alimentato dalle fattive consulenze di un ristretto gruppo di studiosi prestati alla politica, fra i quali il professore e senatore Roberto Ruffilli cui è demandata la questione delle riforme istituzionali.
Il 16 aprile 1988, Roberto Ruffilli si trova nella sua città natale, Forlì, per partecipare a un convegno ivi organizzato. Poco dopo le sedici, terminati i lavori, il senatore rientra nella sua casa di Corso Diaz 116. Di lì a breve, due finti postini suonano alla sua porta e, riusciti a entrare, lo uccidono con tre colpi di pistola alla nuca, dopo averlo fatto inginocchiare nel soggiorno.
I due sicari sono manovalanza armata dell’ultima frazione terroristica rossa, attiva sul territorio nazionale alla fine degli anni ’80. Si tratta delle Brigate Rosse per la costruzione del Partito Comunista Combattente (BR-PCC), la cui leadership è riconducibile all’ala militarista romana diretta da Barbara Balzerani. Tale gruppo scissionista rappresenta l’ultimo filone del vecchio brigatismo della seconda metà degli anni ’70 (capeggiato da Mauro Moretti, arrestato nel 1981), che negli anni ’80 aveva subito plurime ed effimere spaccature (Colonna Walter Alasia e BR-Partito della Guerriglia, entrambi dissolti fra 1981 e 1982).
Le BR-PCC hanno nella seconda metà degli anni ’80 una scarsissima capacità di fuoco nei confronti dello Stato, e registrano uno svuotamento costante dei serbatoi di reclutamento e fiancheggiamento. Pur destinati alla sconfitta militare entro la fine del decennio, soprattutto dopo l’arresto della Balzerani nel 1985, riescono quasi inspiegabilmente (per ragioni di profondità analitica e sofisticazione strategica) a colpire due personalità di secondo piano sulla scena nazionale, ma intente a costruire percorsi di rigenerazione e fortificazione del sistema economico e socio-politico nazionale.
Le BR-PCC con i loro brutali colpi di coda riescono a interrompere gli ultimi seri e plausibili tentativi endogeni di riforma del Paese: dapprima recidendo gli sviluppi del confronto sulla scala mobile, con l’omicidio di Ezio Tarantelli (Roma, ’85), e poi azzerando la ripresa del lascito moroteo incarnato dagli sforzi e dalle proposte del prof. Roberto Ruffilli, ucciso a Forlì il 16 aprile 1988.
Nel giro di pochi anni da quell’assassinio politico il mondo, non solo domestico, sarebbe storicamente cambiato, spazzando via Guerra fredda e Prima Repubblica.

(testo a cura di Domenico Guzzo)

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